“Noi e loro”? Come sono cambiate le migrazioni

nytr-0011

GLI ASINI

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il dibattito politico e mediatico sulle migrazioni, centrato anche in periodo elettorale sull’attualità e sull’emergenza, dimentica spesso che l’immigrazione interessa l’Italia ormai da quarant’anni. Rispetto a soli quindici anni fa, il panorama delle migrazioni in Italia è cambiato sotto moltissimi aspetti. È quindi necessario provare a leggere questi processi con maggiore profondità storica. Dopo aver rapidamente ricordato quali erano le caratteristiche delle migrazioni e del dibattito pubblico nella prima metà degli anni duemila, partirò da alcuni dati per descrivere cinque grandi mutamenti avvenuti in questi quindici anni e proporrò tre considerazioni.

Tra la metà degli anni novanta e la metà degli anni duemila, il ritmo di crescita del numero di immigrati in Italia era molto sostenuto. Molti di loro entravano in Italia irregolarmente o con un visto turistico di tre mesi; trascorrevano mesi o anni in Italia senza un permesso di soggiorno, per poi “regolarizzarsi” attraverso una delle sanatorie che periodicamente i governi italiani emanavano. La più grande fu quella connessa alla legge Bossi-Fini (2002), che consentì a quasi 700mila persone di ottenere un permesso per motivi di lavoro. Tra il 31 dicembre 2003 e il 31 dicembre 2007 (prima cioè della crisi economica), il numero di stranieri regolarmente residenti in Italia è passato da meno di due milioni a quasi tre milioni e mezzo: un tasso di crescita doppio rispetto a quello dei dieci anni successivi. In quegli anni, il dibattito pubblico era ossessionato dalla distinzione tra “migranti regolari” e “clandestini”. La parte xenofoba della società italiana demonizzava i “clandestini” e li considerava come criminali indesiderati, senza tenere in considerazione il fatto che una quota altissima di stranieri era costretta a trascorrere in Italia un periodo più o meno lungo senza permesso di soggiorno a causa della mancanza di efficienti canali di ingresso regolari per la ricerca di lavoro (un tema su cui tornerò dopo); “clandestini” e “regolari”, quindi, non erano individui differenti, ma persone in fasi differenti della propria esperienza migratoria. Le organizzazioni e i movimenti di solidarietà con i migranti puntavano l’attenzione sulla “clandestinizzazione”, protestavano contro i Centri di permanenza temporanea e i rimpatri e facevano notare come lo stretto legame istituito dalla legge italiana tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro obbligasse i cittadini stranieri ad accettare condizioni di lavoro peggiori di quelle degli italiani, creando una fascia di individui vulnerabili sul mercato del lavoro. Molti lettori di “Gli asini” ricorderanno bene quel periodo. A partire dalla metà degli anni duemila, questo quadro è completamente cambiato, a causa di alcuni processi sociali, economici e geopolitici.

Continua a leggere ““Noi e loro”? Come sono cambiate le migrazioni”

Annunci

Teranga! Sabato 24/02 LampeMusa

teranga 18

Si inizia alle 19 con aperitivo, ore 20 cena a base di piatti etnici e pizza cucinati dai ragazzi rifugiati partecipanti i corsi di pizza.
Alle 21 sarà ospite Giacomo Sferlazzo e il suo LampeMusa, uno spettacolo composto da canzoni e racconti di matrice lampedusana.
LampeMusa nasce dalla ricerca del cantautore Giacomo Sferlazzorelativa alla storia, alle tradizioni musicali e alle differenti realtà che convivono sull’isola di Lampedusa. In LampeMusa si sfiorano temi quali la migrazione, la militarizzazione del territorio, i disastri e i disagi provocati dal turismo di massa e la difficile gestione di servizi di base quali acqua, energia elettrica e nettezza urbana.

Uno spettacolo di canzoni e racconti per conoscere la storia dell’isola di Lampedusa a partire dalla sua colonizzazione – avvenuta il 22 settembre del 1843 – per arrivare alla sua crescente militarizzazione; dalle storie di pesca – prima risorsa economica fino agli anni Ottanta – alle migrazioni che hanno interessato, e continuano a interessare, l’isola e il Mediterraneo.

Il cantautore e attivista politico lampedusano, riprende la tradizione dei cantastorie siciliani suonando chitarra, marranzano (scacciapensieri), percussioni a cornice e altri strumenti inventati da lui: i cunti (racconti) si alternano a canzoni originali e riprese dalla tradizione popolare.

Sobilla migrante – 18 e 30 novembre 2017. Mutuo soccorso, autogestione, accoglienza dal basso

banner migrante sfruttazero

https://it-it.facebook.com/events/239408429926708/

Nell’Italia del razzismo istituzionale, dell’insofferenza sociale diffusa, dove tolleranza e xenofobia alimentano divisioni e conflitti, esistono diverse realtà urbane e rurali, composte da native/i e migranti, accomunate da pratiche sociali ed economiche basate sul mutuo soccorso e sull’autogestione. Molte di queste esperienze che vivono e si alimentano attraverso la valorizzazione delle diversità – il colore della pelle, il genere o l’ orientamento sessuale, la provenienza geografica – vogliono costruire un’economia altra, fuori e contro le leggi del mercato e al contempo rivendicano la libertà per tutte/i di circolare regolarmente, senza dover subire espulsioni e respingimenti, senza dover sottostare a continui ricatti. Sono pratiche solidali di accoglienza dal basso, autoproduzioni agroalimentari e artigianali fuori dalle logiche dello sfruttamento delle persone e della terra, reti di supporto legale e di inclusione sociale diffuse sui territori. Sono il frutto di un lavoro comune che chiamiamo Fuorimercato. Mentre si costruiscono embrioni di una società differente da quella in cui viviamo, è necessario partecipare anche ad una battaglia cruciale: quella per la cittadinanza e per il diritto all’ospitalità, per porre fine alle politiche repressive e securitarie, contro le leggi Bossi-Fini e Minniti-Orlando, il Regolamento Dublino e l’operato di Frontex, per la chiusura immediata dei campi di detenzione in Libia. Nessuna persona è illegale!

SABATO 18 NOVEMBRE
ore 18.00 presentazione di SFRUTTAZERO – La passata di pomodoro con lo 0% di sfruttamento e VILLA ROTH OCCUPATA – Rivendicare la felicità!
con l’intervento di Osservatorio Migranti Verona

La passata di pomodoro Sfruttazero e l’occupazione abitativa di Villa Roth, sono due esperienze pugliesi, animate da nativi e da migranti, nate dall’esigenza di rispondere ai bisogni primari (reddito e casa), basate sull’autogestione, l’autorganizzazione ed il mutuo soccorso con l’intento di ribaltare gli effetti delle politiche istituzionali finalizzate a mettere le persone le une contro le altre e che considerano i migranti (i richiedenti asilo in particolare) come (s)oggetti incapaci, senza diritti, senza possibilità di scelta e di movimento.

ore 20.00 la saporita e solidale ospitalità di nonna Sobilla e distribuzione delle passate.

::: ::: ::: :::

banner migrante karako

GIOVEDI’ 30 NOVEMBRE
dalle ore 19.30 la gustosa accoglienza di nonna Sobilla

ore 20.30 presentazione di KARALO’ – Cucire legami solidali per un’ accoglienza dal basso
con l’intervento dell’avv. Manola Russo – One bridge to Idomeni

Karalò è una sartoria autogestita da un gruppo di richiedenti asilo, ospiti di un centro di accoglienza di Roma. Il progetto nasce tre anni fa da un’idea di migranti e operatori del centro, con l’intento di promuovere una sartoria all’interno dello SPRAR. Poiché lì la realizzazione era molto difficile, dall’incontro con i ragazzi e le ragazze di Communia è nata l’idea di dare vita a una vera e propria sartoria all’interno di quello spazio occupato, nel quartiere di San Lorenzo. Un progetto dal basso, che punta sull’auotonomia dal sistema di accoglienza ormai al collasso, sempre più concepito come dispositivo di controllo sui migranti e fonte di profitto per il “privato sociale”.

::: ::: ::: :::

UN GIOVEDI’ DI GENNAIO

serata con ANTENNE MIGRANTI – Monitoraggio lungo la rotta del Brennero

Le recenti crisi umanitarie hanno determinato un crescente flusso di uomini e donne richiedenti asilo. La risposta arrivata dagli Stati e dalle istituzioni europee si è concretizzata nell’erezione di muri fisici e legali al fine di ostacolare il libero movimento dei migranti. Antenne Migranti e la Fondazione Alexander Langer Stiftung hanno deciso di promuover un monitoraggio della situazione nelle stazioni e nelle città, sulla linea Verona-Brennero. L’attività è finalizzata ad osservare e prevenire le violazioni dei diritti dei migranti, fornire supporto e accesso alle informazioni al fine di una scelta consapevole e, parallelamente, esercitare una costante pressione politica sulle istituzioni.

Tutte le iniziativa di terranno presso

La Sobilla
Salita Santo Sepolcro 6/b, Verona

La Sobilla

Fuorimercato

Per un’ampia e incisiva mobilitazione antirazzista

nooneillegal

FUORIMERCATO-AUTOGESTIONE IN MOVIMENTO

Siamo diverse realtà urbane e rurali, composte da native/i e migranti, accomunati da pratiche sociali ed economiche basate sul mutuo soccorso e sull’autogestione. Vogliamo costruire un’economia altra rispetto a quella basata sull’arricchimento e l’interesse materiale, fuori e contro le leggi del mercato. Le sperimentazioni sociali che portiamo avanti vivono e si alimentano attraverso la valorizzazione delle nostre diversità che siano di colore della pelle, di genere o di orientamento sessuale, di provenienza geografica. Molte delle nostre esperienze nascono assieme alle e ai migranti, le/i quali rivendicano quotidianamente la libertà di circolare regolarmente senza dover subire espulsioni e respingimenti, senza dover sottostare a continui ricatti. Per questo non possiamo rimanere silenti di fronte alle violente ed ingiuste politiche sull’immigrazione perpetrate dai diversi governi europei con il beneplacito dell’UE.

Osservando con attenzione i numeri effettivi del fenomeno migratorio degli ultimi tempi, questo oggi non si presenterebbe come un’emergenza epocale, se non dal lato dei paesi da cui si fugge per fame e malattia, guerre e disastri ambientali. L’emergenza è invece alimentata, spesso ad arte, dal ‘razzismo istituzionale’. Questo da una parte spinge per creare una guerra tra poveri per indebolire le resistenze sociali, livellare verso il basso le condizioni di lavoro e di vita delle persone, costruire un nemico per garantirsi consenso elettorale. L’operato del ministro Minniti costituisce l’apice di tutto questo, perché utilizza la cultura dell’emergenza e della mercificazione per lasciare morire migliaia di persone nei centri di detenzione libici, invece di garantire il libero accesso dei richiedenti asilo e di tutti i migranti al territorio europeo. Dall’altra parte, il razzismo istituzionale alimenta sempre più paure e diffidenza nei confronti dell’altro. L’insofferenza sociale diffusa si incanala verso posizioni xenofobe e di intolleranza, portando molti soggetti svantaggiati ad individuare nelle formazioni di destra dei punti di riferimento, sia culturale che politico, con una sempre maggiore espansione sui nostri territori e quartieri.

Continua a leggere “Per un’ampia e incisiva mobilitazione antirazzista”

Chi sono i rifugiati ambientali?

arcsost_ecoprofughi

COMUNE-INFO

di Guido Viale*

Chi sono i rifugiati ambientali? Secondo Essam El-Hinawi, che ha introdotto questo termine nel 1985, si tratta di “persone che sono state costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale (naturale e/o provocata da attività umane, come per esempio un incidente industriale) o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”.

Un’altra definizione da prendere in considerazione è quella dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) che, si badi bene, parla di migranti ambientali e non di profughi. Vedremo che in un diverso contesto la differenza è molto importante. Per l’Oim (2007) i migranti ambientali sono “persone o gruppi di persone che, per pressanti ragioni di un cambiamento improvviso o graduale che influisce negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro dimore abituali o scelgono di farlo, temporaneamente o per sempre, e che si spostano sia all’interno del loro paese che oltre confine”.

Entrambe queste definizioni collocano i profughi o i migranti ambientali fuori dal diritto alla protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, in base alla quale le persone a cui spetta il diritto di asilo sono solo quelle costrette a fuggire da un fondato timore di persecuzione (da parte di uno Stato) per cinque ragioni: razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale.

Successivamente il diritto di asilo è stato esteso includendovi ogni tipo di violenza e, in particolare, la guerra. In ogni caso il termine profugo (refugee) si applica solo alle persone che varcano il confine del proprio Stato, mentre le persone che si spostano al suo interno per cause di forza maggiore, siano esse la guerra, la violenza o il degrado ambientale, sono chiamate displaced persons e non possono ovviamente essere fatte oggetto di protezione internazionale.

La correttezza del termine profugo ambientale è stata comunque contestata soprattutto sulla base di due considerazioni.

Primo, il rapporto tra degrado ambientale ed esodo all’estero non è quasi mai diretto. Prima di abbandonare il proprio paese le vittime di un processo di degrado ambientale cercano per lo più altre strade: si spostano in un altro territorio, spesso dalla campagna alla città o dalle regioni periferiche alla capitale. Solo in un secondo tempo tentano la via dell’estero. Ricostruire l’eziologia di questo esodo è pertanto molto difficile. “I disastri – afferma il professor Roger Zetter dell’Università di Oxford, una delle massime autorità negli studi su questo argomento – non spostano la gente. È la loro vulnerabilità sociale e politica e la loro esposizione agli shock a predisporli allo spostamento. L’ambiente non ‘perseguita’ come possono farlo una dittatura o una guerra”.

Secondo, il tentativo di estendere ai migranti ambientali la protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra, in particolare in un periodo in cui la sua applicazione viene messa in forse da molti Governi, rischia di diluire e compromettere anche la protezione accordata alle persone che la Convenzione deve proteggere.

Altri studiosi ritengono invece che i profughi ambientali siano effettivamente vittime di una violenza, quella dei cambiamenti climatici provocati dall’Occidente e dei disastri prodotti dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi processi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per il professor Francois Gemenne dell’Università di Paris Vincennes, i profughi ambientali sono effettivamente vittime di violenza: quelli propri dell’antropocene, cioè dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali provocati dall’Occidente, dai suoi consumi e dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi flussi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per questo hanno diritto a una protezione internazionale. Quale che siano le ragioni che spingono sia i profughi di guerra che i migranti ambientali a fuggire dai loro paesi, oggi sono entrambi esposti allo stesso carico di maltrattamenti, violenza, sfruttamento, rapine e rischi mortali durante il loro viaggio verso l’Europa, dato che nessun corridoio umanitario viene predisposto per facilitare il loro arrivo.

Continua a leggere “Chi sono i rifugiati ambientali?”

Karalò, il taglia e cuci ribelle

karalo_manif

IL MANIFESTO

di Martina Di Pirro

Auto-organizzazione. Dall’incontro tra i richiedenti asilo del Gambia, Senegal e Mali e gli attivisti di Communia nasce Karalò, la sartoria migrante che ricuce i legami e crea una nuova società. La storia del mutuo aiuto e della cooperazione produttiva supera i limiti del sistema di accoglienza italiano. Karalò è entrata nel circuito alternativo di auto-produzione e distribuzione «Fuori Mercato», una rete nazionale che collega realtà solidali ed etiche in contesti urbani e rurali da Nord a Sud.

«Karalò» significa «sarto» nella lingua mandingo. Questo è il nome di una sartoria che è riuscita a trasformarsi in un centro di aggregazione e socialità per migranti e attivisti a Roma. Nata all’interno dello Sprar – Sistema per richiedenti asilo e rifugiati -, da dicembre 2015 Karalò è ospitata nello spazio di mutuo soccorso Communia in via Tiburtina. Il progetto è stato inizialmente finanziato dalla cooperativa Eta Beta all’interno dello Sprar Gerini ma, dopo l’incontro con Communia, si è distaccato dallo Sprar e, con l’aiuto di studenti e precari, è stata ristrutturata una stanza abbandonata. Oggi è un tripudio di colori, disegni, di idee in cui si svolge un esperimento di auto-valorizzazione e cooperazione unico nel paese del decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione. L’alternativa è radicale: invece di spingere i richiedenti asilo al lavoro gratuito, si creano le condizioni per la loro auto-determinazione attraverso la produzione sartoriale e la trasmissione di saperi e competenze che in molti portano dai paesi di provenienza e trasmettono agli altri. Continua a leggere “Karalò, il taglia e cuci ribelle”

Karalò, la sartoria nel cuore di Roma dove si “ritessono legami”

Al-avoro-nella-sartoria-migrante-Karalò-San-Lorenzo

CORRIERE DELLA SERA

di Anna Toro

Imparare un nuovo mestiere, quello del sarto, migliorare ogni giorno con l’aiuto dei compagni e amici più esperti, creare qualcosa con le proprie mani e guadagnare dal frutto del proprio lavoro. Karalo’, la “sartoria migrante” messa in piedi presso lo spazio sociale di Communia, nel quartiere romano di San Lorenzo, è questo e molto altro: è anche la proposta di un modo alternativo di accogliere, fatto di socialità e mutuo soccorso, oltre che di reale interazione e conoscenza tra i giovani migranti – rifugiati e richiedenti asilo – e il quartiere.

«Il progetto della sartoria è nato prima allo Sprar in cui siamo ospitati, per poi spostarsi qui un anno fa – spiega Ibrahima – Siamo cinque sarti più il nostro insegnante, Khalifa». Ibrah (come lo chiamano i suoi amici), è arrivato in Italia tre anni fa dal Senegal, e anche mentre parla non riesce a staccare le mani dalle sue stoffe, forbici e fili. «Non a caso, Karalo’ in lingua mandinga significa “sarto” – racconta Fatima Avella, romana e membro del collettivo di Communia, che segue da vicino il progetto fin dalle origini – Prima Ibrah lavorava il ferro, ma ormai è diventato anche lui un bravissimo sarto e si occupa di insegnare ai nuovi ciò che sa». Abiti colorati, gonne, porta tabacco, portafogli, borse vengono prodotti dai ragazzi – età media 25-30 anni – e venduti soprattutto ai mercatini e durante gli eventi, oltre che immessi nella rete “Fuorimercato”.

«Lo scopo è quello di promuovere la loro autonomia, anche perché qui il sistema di accoglienza difficilmente lo permette – spiega Marco Filippetti di Communia – Puntiamo alla sostenibilità economica del progetto, valutando la modalità migliore per costruirla». Fino ad ora, infatti, le risorse sono arrivate da feste di autofinanziamento ed eventi che hanno visto i romani e i ragazzi rifugiati lavorare insieme: c’è Lamine, il cuoco del gruppo, c’è Mamadou, che ha fatto il modello alle sfilate, c’è Dantouma che si occupa della contabilità, e tanti altri. «C’è anche chi passa dopo il lavoro solo per bere un tè insieme e rilassarsi – spiega ancora Fatima – Ormai per tutti noi, questo posto è una seconda casa, che ha dato nuova linfa vitale al quartiere». Insieme alla sartoria, infatti, Communia comprende una sala studio e una sala riunioni, c’è la scuola d’italiano, la biblioteca, in uno scambio di saperi e competenze gestito con orgoglio dal basso. «La premessa è che qui nessuno vuole integrare nessuno – precisa Marco – c’è solo da conoscersi e fare un pezzo di cammino insieme»

Sabato 20 maggio – CARACOL CUP 5°EDISCION

Se gli unici confini che rispetti (e neanche troppo) sono quelli dell’area di rigore,
se le uniche reti che ti piacciono sono quelle da insaccare,
se ami i campi in erba, gli spalti in erba, gli arbitri in erba……

SABATO 20 MAGGIO, presso lo “stadio in erba” GIGI PICCOLI, non puoi mancare…

CARACOL CUP – 5° EDISCION
rodeo di giuochi (al pallone) senza frontiere!!!

7 squadre, 7 come le 7 meraviglie del mondo, 7 come le 7 piaghe d’Egitto, 7 come le stelle di okuto… storie diverse, provenienze diverse, maglie diverse (anche all’interno della stessa squadra), lo stesso sogno: innalzare al soffitto del palapiccoli l’ambito e costoso trofeo!

In campo, a partire dalle ore 10.00:

* BLACK PANTHERS (San Felice, Torricelle – Vr)
* A.S. SANTA SANGRE (Sanguinetto – Vr)
* ATLETICO BRANCHETTO (Bosco Chiesanuova – Vr)
* INTERNAZIONALE SCALIGERA (Isola d/S -Vr) * ANOMALA Fubol Club (Veronetta – Vr)
* DEPORTIVO SANTA CLARA (Ostello della gioventù – Vr)
* VIRTUS MUNDIAL F.C. (B.go Ciodo – Vr)

ore 17, FINALISSSIMA!!!!!

A seguire benedizioni, ringraziamenti, parabole e premiazioni a cura del pensionato presidente dell’Associazione Sportiva Dilettantistica San Nazaro.
Nel corso del torneo, le/gli steward saranno lieti di allietarvi con telecronache, rinfreschi e terzo tempo permanente.

Vi aspettiamo numerosi…possibilmente in scarpette con tacchetti e parastinchi.

Cucina sovversiva per accogliere il G7

13932902_612171782284512_8951807711581326473_n-768x576

Da COMUNE -INFO

Qualcuno dovrà pur occuparsi dei ministri delle Finanze, dei presidenti delle banche centrali e della Bce, dei responsabili dell’Fmi che nei prossimi giorni invaderanno il castello normanno-svevo di Bari per il G7 finanziario. Raccogliendo i pomodori della salsa Sfruttazero (una bellissima storia di chi ha smesso di lavorare per i caporali), una buona idea è venuta alla rete Cucina sovversiva: non si tratta di lanciarli a loro signori (cosa avranno mai fatto di male quei pomodori?) ma di preparare un piatto con ingredienti provenienti da circuiti di autoproduzioni o piccoli produttori etici e di partecipare poi a un social contest su facebook. Non sarà una manifestazione sotto il castello a cambiare i deliri sulla crescita (ora la chiamano inclusiva) del G7: abbiamo bisogno soltanto di un po’ di terra, di cibo buono e sano, di autoprodurre e di scambiare attraverso circuiti fuori mercato. Abbiamo bisogno solo di decidere noi e di seminare così mondi nuovi. Avete già pensato alla ricetta?

Cucina Sovversiva lancia il suo primo social contest su facebook a sostegno della nuova campagna preordini della salsa Sfruttazero. Un modo per opporsi al G7 finanziario che nei prossimi giorni si terrà a Bari (11/13 maggio) e che vedrà pochi ministri dell’Economia decidere le sorti del pianeta. Col tag #decidiamonoi il Contest vuole diffondere e promuovere quelle buone pratiche di mutualismo e cooperazione economica dal basso già portate avanti dal Progetto Sfruttazero, capace di garantire inclusione sociale, solidarietà e i diritti per i lavoratori, e genuinità e socialità tra i consumatori. Tale progetto che nasce nella stessa Bari del G7 dei prossimi giorni e a Nardò, si oppone al centralismo, allo sfruttamento, alla speculazione, alle logiche di mercato; in modo concreto, attraverso la socializzazione dei proventi, la partecipazione ai processi di produzione e trasformazione, la distribuzione nella filiera Fuorimercato, l’autocertificazione partecipata, l’ecologia sociale.

Il Contest. Cucina Sovversiva lancia una sfida a preparare un piatto con ingredienti vegetali provenienti da circuiti di autoproduzioni o piccoli produttori etici, taggando i primi partecipanti. Ogni partecipante pubblicherà una foto del piatto preparato e inviterà almeno altre tre persone a partecipare, taggandole. Il partecipante che riceverà più condivisioni vincerà trenta bottiglie di salsa Sfruttazero barese da 33 cl.

Il contest durerà quaranta giorni, dal 10 maggio al 18 giugno. Chi desidera partecipare al Contest, può scrivere un messaggio privato alla pagina facebook Cucina Sovversiva. Ogni settimana Cucina Sovversiva può lanciare la sfida a chi ne farà richiesta.

Continua a leggere “Cucina sovversiva per accogliere il G7”

La sartoria Karalò – Cucire legami solidali contro razzismo e business dell’accoglienza

COMMUNIANETWORK

Gli aghi della cucitrice trotterellano sulla stoffa. Ibrahima è ricurvo sulla seggiola e accompagna lo strascico del tessuto tra le fauci della macchina. Attorno a lui, la sartoria è un turbinio di colori, con i vestiti appesi, le borse, le gonne e i portatabacco esposti su un tavolino.
Siamo sempre a via dello Scalo San Lorenzo 33 e da due anni il laboratorio di sartoria migrante Karalò, oltre a sfornare coccarde e portafogli, è il punto di riferimento di un’intera comunità. Richiedenti asilo provenienti dal Mali e dal Senegal, alcuni operatori sociali e Communia Roma: un mix perfetto di buona volontà e tanta fatica con cui ristrutturare uno dei locali diroccati delle ex officine Piaggio e trasformare un rudere di mattoni e immondizia in un’esperienza FuoriMercato. Il rifacimento del tetto, l’impianto elettrico montato e collaudato, le pareti scartavetrate e imbiancate, era il 17 dicembre 2015 quando la sartoria veniva inaugurata per “costruire insieme un esperimento di lavoro senza sfruttamento e alla pari”.

karalo_2017_bozza

Ipotizzare un progetto di vita autonomo, senza la presenza criminale dei professionisti dell’accoglienza e dell’integrazione di Mafia Capitale.
Creare un luogo di produzione completamente autogestito che “stimoli processi di autorganizzazione” per mettere in discussione il sistema economico e immaginare nuove pratiche di lotta.
Karalò è tutto questo, ma anche altro. È un centro di aggregazione e socialità per i molti richiedenti asilo della città, un punto di ritrovo dove imparare un mestiere, condividere capacità.
Lamin infatti si è scoperto cuoco e con quintali di burro d’arachidi e cipolle, verdura e carne speziata, mette su cene di autofinanziamento per il progetto, Mamadou è un mediatore culturale, ma quando serve, indossa i vestiti della sartoria per le sfilate che la Roma solidale organizza.
Karalò è soprattutto uno spazio dove tutti collaborano, valorizzando ognuno le proprie competenze. Un esempio? La scuola d’italiano, dove studenti e studentesse che frequentano l’aula studio Sharewood insegnano la lingua nostrana ai ragazzi e alle ragazze migranti, “in un’ottica di partecipazione mutualistica alla progettualità politica dello spazio”.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO