I predatori della savana

dsc_0209-768x514COMUNE-INFO

di Maria Ilaria De Bonis

Amelia Francisco ha quarantanove anni e sette figli. Per vivere coltiva manioca, fagioli e miglio in un piccolo campo di terra rossa, che qui chiamano machamba, a poca distanza dalla Agromoz, il gigante della soia. La terra di Amelia è un tutt’uno con la savana fitta di baobab e banani. Un paio di chilometri oltre, però, quella distesa alberata non c’è già più. Al suo posto, distese infinite d’erba d’un verde pallido: sono le coltivazioni di soia ancora in germoglio, destinate ai mercati europei.

I contadini combattono contro il tempo per tenere a bada questa vera e propria invasione e preservare i propri campi. A farla da padrone nel distretto di Mutuali, nord est del Mozambico, è la Agribusiness de Moçambique (Agromoz), una joint venture tra Brasile, Portogallo e Mozambico che dal 2012 ad oggi si è pappata novemila ettari di terreno comunitario. «All’inizio ha preso in gestione solo duecento ettari e li ha usati in maniera dimostrativa – spiegano Amelia e Dioniso, che è un ex dirigente sindacale – Diceva di voler insegnare alla popolazione come si produce la soia».

I tecnici dell’azienda portavano da mangiare e da bere alla gente. Quando i contadini erano brilli abbastanza si presentavano con un foglio da firmare. «Era il consenso a cedere in usufrutto ai privati i terreni collettivi in cambio di qualche promessa», dice.

Poi quei duecento ettari sono diventati 3mila. E infine 9mila. La savana sta sparendo lentamente a Mutuali. In effetti di casi simili ce ne sono svariati in un pezzetto di mondo africano toccato da vicino dal fenomeno del land grabbing, che ha ripercussioni immediate e insanabili sulla gente.

Tra la provincia di Nampula e quella di Zambesia le multinazionali sono in combutta col governo di Maputo. Ce lo spiega suor Rita Zaninelli, comboniana del movimento cattolico Giustizia e Pace, che ha trascorso venticinque anni in Brasile con i sem terra. La suora-attivista combatte contro i «ladrones di machamba» come li chiama lei.

Mozaco, Agromoz, Matharia, Green Resources, Aviam sono note ad ong, attivisti, contadini e missionari. La loro strategia è semplice quanto perversa: entrano in punta di piedi, recintano terreni comunitari, espropriano. «La terra non la pagano, la occupano», dice suor Rita. Per pochi spiccioli comprano il silenzio di qualcuno. Come quello di Regina Macomba che ha ricevuto 7mila meticais, circa 130 euro, in cambio di dieci ettari di terra.

I casi sono tanti; le modalità variano. Ma la sintesi è una soltanto: «Considerano i nostri campi come fossero terra abbandonata», lamenta Costa Esteban, dirigente dell’Unione provinciale dei contadini che guida la protesta dei camponeses contro il mega-progetto governativo ProSavana, per l’introduzione a tappeto dell’agricoltura industriale in Mozambico.

All’origine di tutto questo c’è in effetti l’idea del governo di Maputo di esportare in Mozambico di introdurre un modello industriale alieno, per le monocolture da biodiesel. Si prediligono mais, girasoli, jatropha per farne combustibile. Ed ovviamente soia ed eucalipti. Il punto è che questa non è terra incolta. Tutt’altro. Pur non avendola acquistata le comunità possiedono la terra in virtù del diritto consuetudinario.

«In base alla Costituzione lo Stato è proprietario unico di tutta la terra arabile – spiega il giurista Assane Tippas – ma questa proprietà è trasferita al popolo. Le comunità locali hanno dei diritti inalienabili sulle aree che controllano. Questa è un grande potere! Ma non tutte sanno di averlo o non tutte lo fanno valere».

Per capire meglio che tipo di abusi compiono i privati, con Rita e Assane proviamo a varcare il cancello della Agromoz. Fingiamo d’essere interessati alle tecniche di coltivazione della soia e ci lasciano passare. Al di là del muro, la vegetazione selvatica si trasforma in ordinati campi verdi. Vediamo silos per la conservazione della soia, pompe per l’acqua, cisterne enormi, trattori che eliminano di fatto il lavoro di centinaia di braccia.

Il direttore generale è Andre Luft, un cinquantenne brasiliano che ha studiato management alla Indian School of Business e che per la maggior parte del tempo vive a San Paolo. Del gruppo fa parte anche la portoghese Amorim, leader mondiale nella produzione di sughero. Il proprietario è Antonio Rios de Amorim, l’uomo più ricco del Portogallo. Forbes lo chiama “il re del sughero”. Due ragazzetti in divisa ci fanno accomodare in un ufficio minuscolo. «Luft non è in sede, mandategli una mail».

Nel complesso la Agromoz è un bluff per gli abitanti locali: impiega appena duecentocinquanta persone. Poco o niente per una multinazionale che in cinque anni ha tolto la terra ad oltre tremila famiglie, promettendo in cambio lavoro, infrastrutture, scuole e ospedali.

Secondo il portale internazionale Land Matrix in tutto il Mozambico sono 85 le operazioni di sottrazione della terra da parte di una trentina di multinazionali per centinaia di migliaia di ettari. Anche l’Italia è segnalata: con la Aviam Lda, di Biella. Per ora solo una start up, aveva avviato nel 2008 una produzione di jatropha su un terreno di diecimila ettari, scrive il portale Land Matrix, concesso dal governo mozambicano a Nacala Velha, nella parte finale del corridoio logistico di Nacala.

L’azienda replica alle nostre domande dicendo che «la coltivazione di jatropha è stata sospesa a causa del cambio di politica interna mozambicana. Attualmente Aviam è concentrata nella ricerca di un’alternativa nel settore food». Sta di fatto che sul sito di Aviam si parla ancora di jatropha e olio combustibile.

La Moncada Energy, italiana con sede a Milano, nel 2014 produceva biofuel coltivando jatropha curcas, oggi assicura di aver abbandonato il Mozambico.

Lungo la strada che va da est ad ovest, tagliando in due Nampula, il profilo delle colline spoglie dalla forma arrotondata, si staglia contro cieli arancioni e rossi al tramonto. Le distese verdi si perdono oltre l’orizzonte: cajueiro enormi, gli alberi di nocciole; palme da cocco e campi di cipolle, pomodori, fagioli, arachidi, canna da zucchero.

Le donne in fila indiana vanno a cercare acqua al pozzo. O a vendere le loro verdure. Tutte sono contadine. Tutte sono venditrici. L’attaccamento alla savana è una questione esistenziale, dicono. Come se la terra fosse un’estensione del corpo. Di più: come se fosse parte integrante del clan. «Qui abbiamo seppellito i nostri padri e qui vogliamo rimanere», dicono.

Mama Luisa ha ottantadue anni e per tutta la vita ha vissuto indisturbata nelle campagne di Malema. Oggi è costretta a vedersela con la Mozaco, Mozambique Agriculture Corporation, portoghese, nata nel 2013 dalla fusione tra il gruppo Rioforte Investments e João Ferreira dos Santos brasiliano. La capanna di terra e paglia è l’unica rimasta in piedi all’interno dell’area coltivata a soia. La prima persona che vediamo è sua nipote Angelina, che sbuca dalla capanna tenendo in braccio Francisca, sei mesi. I pesticidi industriali spruzzati per via aerea sono pericolosi per la bambina. «Non servono i concimi, la nostra è terra fertile!», dice il leader comunitario che sta cercando di ottenere un indennizzo per mama Luisa.

«Questa zona ai tempi dei portoghesi apparteneva alla Morgado che produceva cotone e tabacco – ci racconta il giurista Assane – Con l’indipendenza, lo Stato mozambicano ha nazionalizzato i terreni e impiantato un’azienda che dava lavoro a 5mila persone. Tra questi c’era pure il marito di mama Luisa, che subito dopo la chiusura dell’azienda nel 1989, ottenne una piccola porzione di terra. Ma oggi la Mozaco non ne riconosce la proprietà».

Arrivando a Intatapila, sempre nella provincia di Nampula, troviamo la norvegese Green resources, la più grande azienda di lavorazione del legname di tutta l’Africa orientale. La sua declinazione locale è Lurio Green che coltiva eucalipti. La casa madre possiede 40mila ettari di foreste tra Mozambico, Tanzania e Uganda. Siamo in jeep guidati da suor Rita e scortati da Ermelinda, Albino e Francisco, i leader comunitari di Mecuburi. La comunità è riunita per decidere le prossime mosse.

Le donne siedono in semicerchio poco distanti dagli uomini. Gli ettari coltivati sono 400, ma il progetto è di portarli a 1800, ci spiegano. Eppure la società assicura che la sua mission è quella di alleviare «la povertà nelle aree rurali creando impiego, costruendo scuole, infrastrutture e ospedali». Nulla di tutto questo finora è stato fatto. Poi, in una delle ultime riunioni, quella del 23 agosto scorso, la popolazione di Mecuburi ha accettato un compromesso. «L’azienda andrà avanti con le piantagioni di eucalipti in cambio di un indennizzo – dice suor Rita – : forniture di acqua potabile e costruzione di un ospedale».

Secondo la missionaria e secondo Charles, giornalista locale che lavora con Giustizia e Pace, questa è una gran truffa: «Penso che la comunità ha perso e che nessuno riceverà niente in cambio», dice suor Rita. Lei è per la linea dura: sa che se si cede anche solo di un millimetro, il risultato sarà assai deludente: «Abbiamo assistito allo stesso copione troppe volte – dice –  Promesse, solo promesse. Ma poi non arrivano né lavoro né servizi». Il fenomeno è simile a quello della scomparsa della foresta amazzonica in Brasile.

Le multinazionali stanno distruggendo l’idea stessa di agricoltura familiare, dicono gli attivisti. Presto le monocolture inaridiranno i terreni, e la gente, che vive in modo semplice e ancora molto tradizionale, dovrà adeguarsi ad una agricoltura industriale guidata da altri.

In un solo caso la comunità locale ha vinto contro un’azienda: è quella di Matharia, zona di Ribaue in un Mozambico ancora più povero. «Quando abbiamo capito che questa terra ci apparteneva di diritto abbiamo combattuto fino alla fine contro la Matharia Empreendimentos per riavere indietro i nostri campi», ci racconta con un certo orgoglio il leader, Viktor. «Adesso le terre dall’altra parte del fiume sono di nuovo nostre». Si tratta di un’azienda mozambicana pura, senza capitali stranieri. Il giornalista Jeremias Vunjanhe spiega che il programma ProSavana ha cercato di finanziarla per trasformare le coltivazioni della Matharia in piantagioni industriali. Ma il processo fortunatamente ora è fermo.

Quello che sappiamo per certo è che se il modello fazenda prenderà piede e gli ettari diventeranno centinaia di migliaia, agli agricoltori più giovani non rimarrà che andarsene. E in effetti molti valutano l’opzione di espatriare. In Sudafrica, in Tanzania, in Brasile. Ma sempre più spesso anche in Europa e in America.

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