Ma il capitalismo è imbattibile?

Che significa oggi essere contro quel che fa e dice il capitale? Si dà per scontato che la maggior parte della gente pensi che, nonostante i suoi difetti, il capitalismo c’è e ancora non si è trovato niente di meglio. Affrontarlo apertamente sarebbe insensato, implicherebbe la rinuncia ai frutti dei progressi scientifici e tecnologici della storia umana, che il capitalismo avrebbe assorbito nella sua produzione, determinando ormai i bisogni e i desideri generali. I nostri desideri hanno ormai assunto la forma di merci.  Ma è proprio così? Nella posizione anti-capitalista, scrive Gustavo Esteva, oggi c’è in primis la coscienza del pericolo attuale. Lo slittamento nella barbarie non è più un’alternativa teorica, come ipotizzava Rosa Luxemburg cent’anni or sono, è già in atto. La lotta contro il capitale è più che mai lotta per la sopravvivenza del pianeta e di chi lo abita. Anche per quel che il capitalismo fa alla società e alla cultura distruggendo le basi della nostra convivenza e intensificando tutte le forme di violenza. Riprendersi desideri e bisogni è dunque un passo necessario, a cominciare dal cibo. Perfino coltivarlo da sé, in una terra recuperata o nel cortile di una casa in città, significa rompere con certe relazioni sociali proprie del capitalismo, recuperando insieme mezzi di produzione e capacità autonoma di decidere in una dimensione essenziale della vita. Questa posizione, contrariamente a quel che pensa la “sinistra” pro-capitalista, si diffonde continuamente in molte e diverse zone del mondo e fra le persone comuni, a volte per la pura lotta per la sopravvivenza, altre in nome di antichi ideali

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di Gustavo Esteva

La posizione apertamente anti-capitalista dell’iniziativa del CNI (Congresso Nazionale Indigeno) ha provocato molte reazioni diverse. È utile esaminarle riflettendo su che cosa significa oggi essere contro quello che fa e dice il capitale.La reazione più generale all’iniziativa la considera irrilevante. Non la si vede come una minaccia reale. Provoca un’indifferenza che si tinge di disprezzo e di rifiuto. Si dà per scontato che la maggior parte della gente rimarrà chiusa nella prigione capitalista, sia per quanto riguarda le dipendenze quotidiane dal sistema, sia nei suoi sogni, formulati ancora in quel contesto. Prevarrebbe la convinzione che, nonostante tutti i suoi difetti, il capitalismo c’è, e ancora non si è trovato niente di meglio; oppure si è convinti che, considerando la forza e le caratteristiche del regime dominante, sia insensato affrontarlo apertamente. Che si abbia o no una posizione critica nei confronti del capitalismo, questa indifferenza induce a cercare una qualche forma di compromesso con forze che sembrano imbattibili. Una lotta aperta contro il capitale, come quella del CNI, non sarebbe praticabile e sarebbe pura retorica illusoria e persino demagogica.

Coloro che presumono di collocarsi a sinistra nello spettro ideologico assumono spesso questa posizione. Il loro cinismo si nasconde a malapena sotto l’ombrello del realismo. Pablo Iglesias, di Podemos, l’ha rilevato senza riserve: «Che restino con la bandiera rossa e ci lascino in pace. Io voglio vincere» (Público, 26/06/15). La loro posizione non è lontana da quella adottata dai governi cosiddetti progressisti dell’America Latina. Il marxista García Linera esalta il capitalismo dipendente, sviluppista ed estrattivista della Bolivia, perché a suo avviso il frutto dello sfruttamento viene distribuito fra la gente. Mujica, in Uruguay, avrebbe visto nella buona amministrazione del capitalismo la realizzazione del suo sogno di trasformare il mondo. Per Lula, le sue politiche erano tutto ciò che la sinistra sognava che si facesse (La Jornada, 3/10/10). «Un operaio metalmeccanico – diceva con orgoglio – sta facendo la maggior capitalizzazione della storia del capitalismo…» (Proceso, 3/10/10). La sinistra brasiliana appoggiò la sua alleanza con imprenditori e corporation, come fa la sinistra messicana appoggiando le analoghe alleanze di AMLO (Andrés Manuel López Obrador), che cercherebbe soltanto, secondo le sue stesse parole, di limare gli spigoli più acuminati del capitalismo neoliberista.

Sulla stessa linea, un argomento che pretende di essere più sottile fa la seguente considerazione: a meno che non ottenesse una maggioranza mondiale (il che sembra impossibile in un prevedibile futuro), l’anti-capitalismo implicherebbe la rinuncia a tutti i frutti dei progressi scientifici e tecnologici della storia umana, che il capitalismo avrebbe assorbito nella sua produzione, determinando ormai i bisogni e i desideri generali.

Nella posizione anti-capitalista c’è innanzitutto una chiara coscienza del pericolo attuale. Lo slittamento nella barbarie non è più un’alternativa teorica, come quella che ipotizzava Rosa Luxemburg cent’anni or sono; è una minaccia immediata, già in azione da molte parti. Lottare contro il capitale è oggi una questione di sopravvivenza, perché ciò che il capitale fa all’ambiente mette a rischio la sopravvivenza della specie umana, e ciò che fa alla società e alla cultura distrugge le basi della nostra convivenza e intensifica tutte le forme della violenza imperante.

La lotta contro il capitale esige prima di tutto che riconosciamo che la mancata soddisfazione dei nostri bisogni non è imposta dalla natura, ma è frutto della spoliazione a cui siamo sottoposti. Quello che oggi subiamo è simile a ciò che subirono i comuneros che si trovarono ad aver bisogno di casa, cibo e lavoro quando, agli inizi del capitalismo, furono espropriati dei loro mezzi di sussistenza. I nostri desideri hanno ormai assunto la forma di merci. L’aver conquistato il primato mondiale nel consumo pro capite di bibite a base di cola vuol dire aver dato una forma capitalistica alla sete di un larghissimo settore della società messicana.

Riprendersi desideri e bisogni è un passo necessario nella lotta contro il capitale. È il passo compiuto da Via Campesina, una delle più grandi organizzazioni della storia umana, quando ha sostenuto che dobbiamo essere noi a decidere quello che mangiamo… e a produrlo. Ritrovare il desiderio del proprio cibo, coltivandolo in una terra recuperata o nel cortile di una casa presa in affitto in città, significa rompere con determinate relazioni sociali proprie del capitalismo, recuperando simultaneamente mezzi di produzione e capacità autonoma di decisione in quella che è una dimensione essenziale della sopravvivenza.

Gli zapatisti hanno un altissimo grado di autosufficienza in tutti gli ambiti della vita quotidiana, senza cadere in rapporti capitalistici di produzione. Non hanno tuttavia rinunciato ad acquistare machete, biciclette o computer sul mercato capitalistico, dove anche collocano i loro prodotti per soddisfare bisogni e desideri che definiscono in maniera sempre più autonoma. Si tratta di un realismo molto diverso da quello praticato nel mondo che sta in alto.

La loro lotta aperta e decisa contro il capitale riconosce senza sfumature e senza riserve che manca quello che manca. Senza prescrivere ricette per tutti o rifugiarsi in una qualche dottrina universale, insistono sulla necessità di organizzarsi, il che significa in pratica che ciascuno, nel suo tempo e nel suo luogo, deve imparare a governarsi e a costruire il suo mondo al di fuori della prigione capitalistica.

Soltanto così, e non con accomodamenti complici, possiamo evitare la barbarie a cui ci stanno conducendo. E questa posizione, contrariamente a ciò che pensa la sinistra pro-capitalista, si diffonde continuamente fra persone comuni, a volte per la pura lotta per la sopravvivenza sotto la tempesta attuale, e altre volte in nome di antichi ideali.

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