Karalò, il taglia e cuci ribelle

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IL MANIFESTO

di Martina Di Pirro

Auto-organizzazione. Dall’incontro tra i richiedenti asilo del Gambia, Senegal e Mali e gli attivisti di Communia nasce Karalò, la sartoria migrante che ricuce i legami e crea una nuova società. La storia del mutuo aiuto e della cooperazione produttiva supera i limiti del sistema di accoglienza italiano. Karalò è entrata nel circuito alternativo di auto-produzione e distribuzione «Fuori Mercato», una rete nazionale che collega realtà solidali ed etiche in contesti urbani e rurali da Nord a Sud.

«Karalò» significa «sarto» nella lingua mandingo. Questo è il nome di una sartoria che è riuscita a trasformarsi in un centro di aggregazione e socialità per migranti e attivisti a Roma. Nata all’interno dello Sprar – Sistema per richiedenti asilo e rifugiati -, da dicembre 2015 Karalò è ospitata nello spazio di mutuo soccorso Communia in via Tiburtina. Il progetto è stato inizialmente finanziato dalla cooperativa Eta Beta all’interno dello Sprar Gerini ma, dopo l’incontro con Communia, si è distaccato dallo Sprar e, con l’aiuto di studenti e precari, è stata ristrutturata una stanza abbandonata. Oggi è un tripudio di colori, disegni, di idee in cui si svolge un esperimento di auto-valorizzazione e cooperazione unico nel paese del decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione. L’alternativa è radicale: invece di spingere i richiedenti asilo al lavoro gratuito, si creano le condizioni per la loro auto-determinazione attraverso la produzione sartoriale e la trasmissione di saperi e competenze che in molti portano dai paesi di provenienza e trasmettono agli altri.

«IN SENEGAL E IN LIBIA facevo il saldatore, – racconta Hibraima, mentre muove abilmente le mani tra stoffe e macchine da cucire – ho imparato il mestiere di sarto grazie ai miei compagni più esperti, che si sono alternati in questo progetto. Un mestiere che mi aiuta a fuggire dalla realtà dei centri d’accoglienza, dalla difficoltà del mio passato e alla criminalità organizzata. Ora siamo in quattro, tutti sotto i trent’anni o appena trentenni, ci diamo una mano e speriamo di aiutare anche altre persone». Prima Mafia Capitale, poi la ‘ndrangheta crotonese, hanno fatto balzare agli orrori della cronaca le condizioni disastrose dei centri di accoglienza sul territorio nazionale e la questione del business sui migranti. Nei primi due mesi del 2017, sostengono i dati della Fondazione Ismu, i richiedenti asilo in Italia sono 24 mila, il 60% in più del 2016, anno in cui si era registrato il più alto numero di richieste. Per il 60% delle 90mila domande esaminate l’esito è stato negativo. Con il decreto Minniti-Orlando i dinieghi sono destinati a moltiplicarsi. Testimonianze, inchieste, dati, occupazioni e sgomberi forzati hanno dimostrato le difficoltà di rispettare gli standard fissati dallo Sprar.

A ROMA il sistema dell’accoglienza è sempre più una zona di indeterminatezza e sospensione, in cui i migranti sono affidati al caso. «La sartoria – racconta Fatima, attivista di Communia – è nata in questo clima agitato, in cui gli operatori delle cooperative coinvolte in Mafia Capitale si sono visti sospendere i propri salari e chiudere i progetti. Ci hanno contattato e abbiamo appoggiato le loro rivendicazioni nel nostro spazio: riunioni, cene, dibattiti, iniziative di autofinanziamento. E poi, durante un mercatino, abbiamo conosciuto i sarti». «Quando ho conosciuto questo progetto, ormai già avviato, nel maggio 2016, eravamo nel pieno di un’occupazione e rivolta all’interno dello Sprar. – ricorda Amadou, del Mali – Non ci davano il pocket money, che ammonta a circa 45 euro al mese, non ci davano cibo degno, eravamo servi e affamati, percepivamo il livore dell’opinione pubblica. A Communia ho trovato dei compagni, una casa, ho imparato un mestiere, mi sono sentito parte di una comunità e ho smesso di sentirmi “di passaggio”, transitante da un luogo all’altro, in attesa di uno status. Potevo utilizzare le mie competenze ed impararne altre».

IL PROGETTO si fonda su un’idea semplice e innovativa: garantire autonomia, personale ed economica, inclusione, condivisione e partecipazione ai richiedenti asilo, ripensando l’accoglienza in termini mutualistici, cooperativi e di emancipazione attraverso il lavoro, nel rispetto dei diritti sociali e individuali. «Sappiamo che la strada da fare è ancora lunga – afferma Hibraima – ma non ci arrendiamo. Abbiamo molte idee per far crescere il progetto. Allargarlo il più possibile sul territorio nazionale, per esempio. Organizzare più eventi. Riuscire a sostenerci totalmente in autonomia. Ecco cosa ci ha permesso di fare Karalò: ci ha permesso di tornare a sognare. E un uomo capace di sognare e di progettare è un uomo libero. Finalmente libero».

HIBRAIMA, Amadou, Dountuma e Hibraima sono supervisionati da Kalifa, del Gambia sarto di professione, e usano gli scampoli di stoffe e macchine da cucire donate da negozi, cittadini, mercatini, per creare abiti. Per finanziarsi organizzano cene e sfilate. Il progetto si sostiene grazie a una cassa di mutuo soccorso, utile per comprare materiali e garantire ai sarti una retribuzione dignitosa. «Molto arriva da donazioni di materiali riciclati, come abiti usati, tende, borse – spiega Fatima, orgogliosa di quanto fatto fino ad oggi – Tutto quello che viene creato poi viene venduto tramite i mercatini ospitati dagli spazi sociali: Forte Prenestino, nel quartiere Prenestino-Centocelle, La Torre, nel quartiere di Casal De’ Pazzi, Lucha y Siesta, nella zona di Cinecittà, e altri, a seconda di dove ci chiamano nel territorio cittadino. Il problema è l’inverno, periodo in cui i mercatini non ci sono. Bisogna trovare delle commissioni esterne, e allora i sarti realizzano shopper e abiti per sostenere altri progetti». La sartoria mira a realizzare un modello di accoglienza non assistenzialistico, ma partecipativo ed inclusivo. La sua esistenza ha attivato la comunità solidale di Communia. Lo spazio si è trasformato in un centro di produzione e cooperazione tra attivisti, frequentatori e migranti ospiti dello Sprar. È stata creata una scuola di italiano in collaborazione con l’aula studio Sharewood dove gli studenti insegnano la lingua ai migranti.

KARALÒ È ENTRATA nel circuito alternativo di auto-produzione e distribuzione creato da «Fuori Mercato», una rete nazionale che collega realtà solidali ed etiche in contesti urbani e rurali da Nord a Sud. La collaborazione è iniziata dopo la partecipazione ai pacchi di Natale, un’iniziativa nata in collaborazione con la serigrafia migrante Ja, la fabbrica recuperata RiMaflowl’etichetta Sfrutta Zero volta all’acquisto, in tutto il territorio nazionale, dei prodotti delle realtà coinvolte nella rete. Queste relazioni permetteranno di rendere disponibili i prodotti sartoriali in più parti di Italia, utilizzando la piattaforma dell’acquisto online di FuoriMercato. «Qui è come in Africa, – racconta Amadou con un nuovo sorriso, giocherellando con l’ago e il filo – siamo tutti uguali. Nello Sprar la vita è passiva, rispettiamo degli orari, non possiamo fare niente. Il tempo non è nostro, viene scandito da altri. Siamo parcheggiati senza possibilità di vivere».

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