La sartoria Karalò – Cucire legami solidali contro razzismo e business dell’accoglienza

COMMUNIANETWORK

Gli aghi della cucitrice trotterellano sulla stoffa. Ibrahima è ricurvo sulla seggiola e accompagna lo strascico del tessuto tra le fauci della macchina. Attorno a lui, la sartoria è un turbinio di colori, con i vestiti appesi, le borse, le gonne e i portatabacco esposti su un tavolino.
Siamo sempre a via dello Scalo San Lorenzo 33 e da due anni il laboratorio di sartoria migrante Karalò, oltre a sfornare coccarde e portafogli, è il punto di riferimento di un’intera comunità. Richiedenti asilo provenienti dal Mali e dal Senegal, alcuni operatori sociali e Communia Roma: un mix perfetto di buona volontà e tanta fatica con cui ristrutturare uno dei locali diroccati delle ex officine Piaggio e trasformare un rudere di mattoni e immondizia in un’esperienza FuoriMercato. Il rifacimento del tetto, l’impianto elettrico montato e collaudato, le pareti scartavetrate e imbiancate, era il 17 dicembre 2015 quando la sartoria veniva inaugurata per “costruire insieme un esperimento di lavoro senza sfruttamento e alla pari”.

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Ipotizzare un progetto di vita autonomo, senza la presenza criminale dei professionisti dell’accoglienza e dell’integrazione di Mafia Capitale.
Creare un luogo di produzione completamente autogestito che “stimoli processi di autorganizzazione” per mettere in discussione il sistema economico e immaginare nuove pratiche di lotta.
Karalò è tutto questo, ma anche altro. È un centro di aggregazione e socialità per i molti richiedenti asilo della città, un punto di ritrovo dove imparare un mestiere, condividere capacità.
Lamin infatti si è scoperto cuoco e con quintali di burro d’arachidi e cipolle, verdura e carne speziata, mette su cene di autofinanziamento per il progetto, Mamadou è un mediatore culturale, ma quando serve, indossa i vestiti della sartoria per le sfilate che la Roma solidale organizza.
Karalò è soprattutto uno spazio dove tutti collaborano, valorizzando ognuno le proprie competenze. Un esempio? La scuola d’italiano, dove studenti e studentesse che frequentano l’aula studio Sharewood insegnano la lingua nostrana ai ragazzi e alle ragazze migranti, “in un’ottica di partecipazione mutualistica alla progettualità politica dello spazio”.

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